mercoledì 26 aprile 2017

Crema di limoncello

Questa volta sono portatrice sana. Non è farina del mio sacco, mi limito solamente a raccontare. Il fautore di questa delizia è lui...
...Marco, mio figlio!
Marco ha un amico Siciliano che, di ritorno dalla sua bellissima Isola, gli ha riportato un sacco (nel senso letterale della parola) di limoni; appena colti dall'albero del suo giardino, maturi al punto giusto e profumatissimi. Poggiare il sacco sul tavolo della cucina e chiedermi di aiutarlo a sbucciarli è stato tutt'uno e così, in men che non si dica, sono finiti dritti dritti nel barattolo a macerare con lo zucchero.
Un mese e mezzo dopo il prezioso liquido incontrava una deliziosa miscela di latte e panna
E' stato amore a prima vista. Tutte le stanze di casa hanno beneficiato di questa unione restando profumate di limone e panna per giorni.
A questo punto che altro dirvi?
Cheers!

domenica 23 aprile 2017

Ricetta del buonumore

E' chiaro a tutti: io non faccio parte di quella fortunatissima schiera di persone che quando sono nervose si dimenticano di mangiare e dimagriscono; oppure del genere "non posso disturbarmi altrimenti non mangio" e se offri loro un craker ne mangiano la metà e lasciano l'altra dichiarando languidamente: "basta, sono piena". Io non sono niente di tutto ciò. Il mio grado di nervosismo è direttamente proporzionale alla quantità di ricette che riesco a sperimentare in un tot periodo di tempo e se riusciste a leggere i miei ultimi post... fatevi due conti ;). Lo so, mi starei lontana anch'io.
Oggi ho rispolverato la mia ricetta delle ferratelle (questo il link ), ma le ho volute rendere speciali e ne ho fatto dei pasticcini da accompagnare a una tisana di tè verde e fiori di violetta
Le ho tirate fuori dal ferro e, calde calde, le ho arrotolate, tuffate nel cioccolato fondente fuso a bagno maria e decorate con tanti confettini colorati
Credetemi, gustarle con un'amica in terrazzo, ciaccolando del più e del meno beandoci del tiepido sole primaverile, "disinnervosirebbe" anche l'incredibile Hulk!
Che dirvi: missione compiuta.

venerdì 21 aprile 2017

follow my blog with bloglovin

Follow my blog with Bloglovin Da oggi potete seguirmi anche da qui :)

Il grano solina





Com'era prevedibile anche quest'anno Aprile ha voluto sconvolgere le stagioni e così, quando tutti gli alberi da frutto esplodevano di fiori e in giardino si respirava già il profumo dei lillà, ha iniziato a nevicare e lo ha fatto dopo le festività pasquali quando già avevamo in bocca il sapore delle fragole con la panna.
Io, meteoropatica all'ennesima potenza, per non farmi sopraffare dalla malinconia ho iniziato a cucinare. Avevo in dispensa della farina di farro e di solina prodotta "In Fattoria" dalla mia amica Cristina Caselli (http://www.turismoverdeabruzzo.it/aziende_associate/l_aquila/In_fattoria.html  ) , quali ingredienti migliori per farne pasta all'uovo da cuocere nella zuppa di lenticchie, patate e crema di zucca. Un modo come un altro per non pensare ai danni che il gelo e la neve hanno apportato alle mie povere piantine e per riscoprire sapori originali di cibi antichi.


Il grano solina, prodotto in Abruzzo fin dal 1500, è il così detto grano eroico perché si coltiva in altitudini da 750 mslm fino ai 1500 mslm. Uno dei motivi per cui il seme è arrivato fino ai giorni nostri è stata proprio la sua adattabilità. Pianta molto rustica, sopravvive ad ogni condizione meteo; viene seminata in terreni anche molto impervi all'inizio dell'autunno e si miete quasi a fine estate; ha una bassa percentuale di glutine rispetto al grano a cui siamo abituati e si presta molto bene alla produzione di pasta e pane rendendoli molto saporiti. Anticamente la farina del grano solina si utilizzava per "tagliare" le altre farine come farro, avena, mais aggiustandone il sapore.
Tornando alla mia pasta all'uovo, io l'ho tagliata con il farro; una parte l'ho messa nella zuppa, l'altra l'ho essiccata e messa sottovuoto per quando vado di fretta, ma ho voglia di sapore di montagna.
Certi alimenti è così che bisogna gustarli: come un calice di vino da meditazione. Non acquistiamoli per seguire mode che lasciano il tempo che trovano, acquistiamoli insieme alla storia di chi le coltiva e della terra che li ha custoditi, è questo il gusto aggiunto.
Che dirvi: buon appetito :)










sabato 15 aprile 2017

Buona Pasqua








La Pizza di Pasqua Aquilana è dolce che si accompagna bene con i salati. E' un rito da ripetere tutti gli anni. E' una preghiera, un buon augurio, un'aspettativa. E' la ricetta di famiglia che si tramanda di generazione in generazione; è il passato che si utilizza come presente; è il sapore che ti porti in bocca da quando sei bambina. 
La pizza di Pasqua Aquilana è l'odore del lievito "del pane" che si sprigiona mentre inizi a impastarle, è il bigliettino tirato fuori dal barattolo dove ogni tanto dai una sbirciatina per vedere se hai messo tutti gli ingredienti: limoni sì, rum sì, latte sì....


...e impasti, impasti; poi metti a lievitare non prima di aver segnato il composto con una croce "Che Dio ce la mandi buona e senza vento!" Dopo una notte di lievitazione l'alba è letteralmente inondata dal profumo di rum, limone e zucchero. Spianate,  si adagiano su una carta antiaderente e si lasciano levitare ancora e ancora prima di essere infornate. Quando l'ultima Pizza esce dal forno, con un grande sospiro di soddisfazione si sussurra "Opera finita Dio la benedica!". 
Le Pizze di Pasqua si fanno per la famiglia, gli amici, i parenti, si regalano con l'augurio di abbondanza e pace. 


Si taglia la mattina di Pasqua, a colazione, apparecchiando col salame nuovo, coratella fritta in padella, uova sode, un bicchiere di buon vino.
Ci si scambiano auguri, si raccontano aneddoti, si sorride in compagnia.


In questi giorni intrisi da venti di guerra auguro a tutti noi una vera serena e buona Pasqua, che possa passare attraverso i nostri cuori e trovi la forza di far rinsavire le persone deliranti. Non si può giocare alla guerra, non si deve giocare alla guerra o l'umanità ha perso.









martedì 11 aprile 2017

Pupe e Cavalli - Sapori d'Abruzzo







L'uovo di Pasqua della mia infanzia era a forma di... bambola, anzi di Pupa.
Per capire quanto fosse radicata questa usanza in Abruzzo, veniteci in vacanza durante la settimana Santa e mentre passeggiate fra i trabocchi della costa Teatina e le dolci colline Pescaresi o negli antichi borghi tra la Majella e il Gran Sasso sentirete nell'aria inebrianti profumi di mandorle tostate, biscotti dorati, zuccherini colorati. L'arte dolciaria Abruzzese è varia almeno quanto la Regione stessa.

                                        

Pupe, cavalli e cuori questi sono i biscotti di Pasqua; un tempo si scambiavano in questo giorno insieme alle promesse degli innamorati, poi ne hanno preso possesso i bambini. L'uovo è sempre presente perché simbolo di nuova vita, di fecondità, di buona sorte, gli zuccherini colorati perché sono allegri proprio come i sorrisi dei bambini. In alcune  località sono ricoperti da una glassa al cioccolato o dalla pasta di mandorle, in altre semplicemente uova, zucchero e farina.
L'unica cosa difficile è....mangiarli. Non si sa mai da che parte iniziare: "e se poi si fa male? Ma se inizio dai capelli rimane calva? e le zampe che poi non può più correre?" 

  
 Quest'anno mi sono voluta divertire e ho ritrovato nel cassetto dei ricordi la ricetta di mia nonna (ah! le nonne, riuscite voi a immaginare un mondo senza?) o meglio, ho cercato di dare una quantità definita a ciò che lei faceva "a occhio" ed ecco qua:
500gr. di farina
4 uova + 1 per il decoro
5 cucchiai di zucchero
1 bicchiere di latte
1 bicchiere di olio
1 bustina di lievito vanigliato
zuccherini per decorare
In un piano di lavoro impastate tutti gli ingredienti e lasciar riposare il panetto ottenuro una mezz'ora coperto con un panno. Poi affinate con un mattarello e ricavate le figure con uno stampo o "a mano" lasciando libera la vostra fantasia, magari impasticciando insieme ai bambini. Infornate a 180° per 40 minuti e voilà


Che dirvi: Buona dolce Pasqua :)






venerdì 7 aprile 2017

Fiadoni







Con il passare del tempo i ricordi smettono di essere immagini e diventano profumi, perché sono più leggeri e non hanno bisogno di molto spazio nella memoria per essere archiviati. In verità non sono rinchiusi in scomparti, ma se ne vanno a zonzo per tutti gli angoli del cervello uscendo fuori all'improvviso per scherzare con il cuore che, preso di sorpresa, inizia a battere all'impazzata. 


Non so i vostri, ma i miei ricordi profumosi si accentuano durante le festività e meno male, aggiungerei, perché sono talmente inebrianti che tengono a bada i brutti pensieri.
Pasqua: primavera, ritorno delle rondini, fiori colorati ovunque, cioccolata, uova e delizie culinarie di ogni genere.


Pasqua: a differenza del Natale usanze e tradizioni non sono state contaminate o sostituite da Hollywoodiane fantasie così in ogni piatto, in ogni simbolo, in ogni usanza c'è la vera essenza vitale di un borgo, di un paese, di una città.
In Abruzzo, terra dalle tradizioni millenarie, dove ogni storia ha legami profondi con il passato, la Pasqua è caratterizzata da un forte spirito religioso, ma anche i "riti" gastronomici non scherzano!


Fiadoni. Tra i tanti profumi che uscivano in questo periodo dalla cucina di mia nonna Agnese, quello dei fiadoni era senz'altro il più goloso. Tartine rustiche a base di formaggi di ogni tipo. Li faceva solo a Pasqua per questo erano speciali. Naturalmente erano più grandi di quelli che ho fatto io e che vedete in foto perché le nonne, si sa, guardano tutto con gli occhi dell'amore, quelli che ingrandiscono ogni cosa, soprattutto il cibo!
Nati nel periodo rinascimentale dalla fantasia di tale Cristoforo di Massibugo, cuoco al servizio della famiglia Estenze di Ferrara, vennero in Abruzzo, si mormora, per via dello zafferano, preziosa spezia che il suddetto cuoco utilizzava tra gli ingredienti del ripieno di tale succulento spuntino [(volete la ricetta originale? La trovate nel suo "Libro novo nel qual si insegna a far d'ogni sorte di vivanda") che vi devo dire i cuochi sono sempre stati idoli, anche quando venivano chiamati "scalco" invece che "chef" n.d.r.].
Che altro dirvi? La parola fiadone è una latinizzazione della germanica fladen che vuol dire "cosa gonfia"; come dite? La ricetta? Sì la ricetta giusto. Qui le cose si fanno più complicate perché se anche voi avete avuto a che fare con le nonne sapete bene che i loro ricettari sono a improvvisazione: un po' di questo, un pizzico di quest'altro, giusto un filo di olio e la farina? "Quella che si raccoglie!"


Per chi non ama il rischio, comunque, eccovi la mia ricetta dei fiadoni (più o meno precisa).
Per la sfoglia vi occorrono 500 gr. di farina, 1 bicchiere di vino bianco, 1 bicchiere di olio, 3 uova. Per il ripieno 500 gr di formaggi misti grattugiati (150 gr di semistagionato vaccino, 250 gr di pecorino stagionato [molto stagionato], 50 gr di ricotta di pecora, 50 gr di  semistagionato misto), 2 uova, un pizzico di pepe nero. Naturalmente se non amate il sapore forte del pecorino potere invertire le dosi, ma il sapore non sarà lo stesso, avvisati!
Stendere la pasta sfoglia non troppo sottile, aiutati da un piattino da caffè tagliatela a cerchi nei quali adagerete un cucchiaio di impasto di formaggi, pizzicate la sfoglia tutto intorno a formare dei piccoli cestini, decorate con grate, spennellate con un uovo e infornate a 180° per 20 minuti circa.
Se preferite la forma a mezza luna, tirate la sfoglia a formare delle strisce larghe 5-8 cm, adagiare un cucchiaio di pasta di formaggi, ripiegare la sfoglia su se stessa, tagliare a mezza luna e sigillate i bordi con i rebbi di una forchetta, spennellare con l'uovo e infornare a 180° per 20 minuti circa.


Voilà! il mio cestino di fiadoni pronto per essere gustato in compagnia di amici per uno sfizioso aperitivo pasquale, magari in giardino godendo del tepore del sole primaverile...


...oppure  essere confezionato per un augurale presente


"...quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose,soli, più tenui ma vividi,più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo".
Marcel Proust (Alla ricerca del tempo perduto)






Crema di limoncello

Questa volta sono portatrice sana. Non è farina del mio sacco, mi limito solamente a raccontare. Il fautore di questa delizia è lui... ...