mercoledì 22 luglio 2015

Inseguendo un nastro celeste






“…La leggenda narra di una bambina che, come Cappuccetto Rosso, era stata mandata a portare il pane ai pastori. Di fronte all’avvicinarsi di un brutto temporale, questi si erano rifugiati nelle grotte con il gregge. A un certo punto la piccola vide un nastro celeste attraversare il cielo e, presa da stupore, lo seguì correndo. I pastori non ne vollero sapere di abbandonare il loro rifugio e, quando la parete della montagna venne giù, rimasero sepolti dai sassi. Il nastro, con la sua bellezza effimera, proprio come l’arte, aveva indicato una direzione di salvezza” – Da “Legarsi alla montagna” di Maria Lai



Mi sono imbattuta sul personaggio Maria Lai facendo delle ricerche sui filati e non sono riuscita più a venirne fuori; lei è riuscita a raccontare con i fili quello che ognuno di noi neanche riesce ad esprimere a parole…
Sarebbe bello se tutti riuscissimo a seguire un nastro celeste e, con questo,  formare una rete che imprigioni tutti i rancori che attanagliano le nostre anime; liberi le linee di confine intrise di odi ancestrali e rinsaldi amicizie, unisca popoli, rinforzi tradizioni.



E’ un grande lavoro, ma non è un lavoro impossibile, basta incominciare dall’osservazione delle piccole cose come farsi emozionare dai colori di un alba o di un tramonto, dal susseguirsi delle stagioni, dai progressi che i nostri figli fanno giorno per giorno cercando di non farci soffocare dalla quotidianità che, solo per abitudine, è sempre uguale a se stessa. Fiodor Dostoevskij, anticipandolo ne “L’Idiota”,  ci dice “La bellezza salverà il mondo” e lo farà spiegare dal Principe Miuski ne “I fratelli Karamazov” “…E’ la bellezza che porta all’amore condiviso con il dolore; il mondo sarà salvo oggi e sempre finché ci sarà questo gesto!”



Oggi ho voluto staccarmi dai consueti racconti e riflettere su come ci stiamo imbruttendo; troppo presi a coltivare il nostro orticello non ci stiamo rendendo conto che stiamo andando alla deriva e, cosa ancora più grave, siamo da esempio negativo per i nostri figli che, persi in questo magma di brutte parole, non riescono a seguire un nastro celeste.




“Raccolgo reperti di stelle/ tra fili di trame lucenti/   tessute sul mare dai venti leggeri, venuti a giocare sull’onda solenne del niente” Maria Lai



giovedì 16 luglio 2015

La storia sferruzzata




“ Cento bei ricordi sono legati a questo vecchio pullover, la sua lana secca e grigia profuma di venti montani, di neve e di Fohn, della resina di abeti e di cembri dei boschi montani penetrati a fatica dal sole, di orme di volpe, di colazioni allegre e affamate durante le passeggiate…” Hermann Hesse


Da quando la nonna aveva raccontato la storia della sua coperta dei ricordi, i bambini non facevano altro che osservare le maglie che giravano per casa; non c’era filato o attrezzo o colore che sfuggiva ai loro occhi attenti e curiosi; stavano imparando che ogni cosa, apparentemente casuale, aveva un significato e che la nonna esprimeva i suoi desideri anche attraverso il motivo di una maglia o la tintura di un filo e questa cosa li affascinava perché mai avrebbero creduto che si potesse scrivere una storia anche con un paio di ferri o un uncinetto o un telaio, queste cose a scuola non le insegnano!


Così, mentre la nonna rispondeva alle loro domande, iniziarono a registrare i suoi racconti perché avevano deciso che queste cose dovevano essere scritte da qualche parte e perché non farle diventare lo svolgimento dei loro compiti delle vacanze!


Avevano preso un vecchio maglione di nonno Paris e la nonna si mise a raccontare. Questo maglione ricordo di averlo sferruzzato con una lana che avevo filato a mano; quando ho messo le maglie nel ferro ancora non sapevo che punti utilizzare, ma poi i ferri sono andati per conto loro e ho iniziato con un punto coste (che vuol dire una maglia dritta e una maglia rovescia) che sono un po’ i punti fissi della nostra vita, la strada che ci prefiggiamo di percorrere: ben definita; poi ho continuato con il vaco di pepe (anche chiamato grana di riso, dipende dalle zone; vaco vuol dire granello) chiamato così perché assomiglia a tanti granelli in rilievo e non ha dritto né rovescio, proprio come i sorrisi; quindi ho inserito una treccia perché la nostra vita si intreccia sempre con quella di qualcun altro e, nello sferruzzare, la treccia si è sdoppiata prendendo strade e incroci differenti e così è andato avanti in questo modo fino a raggiungere il collo. I miei desideri si sono avverati tutti perché la treccia iniziale siamo io e il nonno; le trecce più piccole sono vostro padre e i vostri zii; tutti gli intrecci di contorno siete voi bimbi che avete rallegrato la nostra casa.
Nonna ci è venuta una bellissima idea: abbiamo deciso che il tema che avevamo per le vacanze invece di scriverlo lo sferruzzeremo! Ci aiuteresti?
Neanche avevano finito di dirlo che nonna Diomira aveva già il cesto della lana in mano, ma questo lo racconteremo la prossima volta. 





giovedì 9 luglio 2015

La coperta di nonna Diomira







Il mondo sta fermo, il cuore si muove/E' qui il cantastorie con le storie nuove/Il sole sta fermo e più non tramonta/E' qui il cantastorie che adesso racconta/Il tempo sta fermo, e tutti i minuti/Si sono già messi seduti (Bruno Tognolini)

In quanti modi si può raccontare una storia? Una volta giravano per i paesi i cantastorie che andavano in giro per le strade e per le piazze a raccontare storie e fatti di paesi vicini, a volte declamate come poesie, a volte cantate come stornelli, ma nonna Diomira sa raccontarle anche con un filo di lana. Se ne sono accorti per caso i bambini una mattina che la stavano aiutando a ripiegare una coperta e, mentre afferravano un angoletto, hanno riconosciuto un colore di una loro maglietta che avevano indossato qualche tempo prima.



Nonna Diomira è una nonna vecchio stampo, questo vuol dire che non butta mai niente e così, quando i nipotini le hanno chiesto come mai quel filo era finito sulla sua coperta, lei sedendosi sul letto ha iniziato a raccontare.
Sapete, questa coperta non ha solamente la lana della vostra maglietta, ma lì nel centro c’è anche una parte del maglione che feci a vostro padre e che lui indossò il suo primo giorno di scuola e vicino ho messo anche un pezzettino della giacca del nonno che portava quando è tornato dalla Venezuela. C’è un po’ del mio abito a fiori d’Irlanda che ho realizzato all’uncinetto a cui ero molto affezionata e che indossavo sempre quando andavo a messa la domenica e ci sono ritagli dei vostri abiti battesimali e di tutte le maglie che vi ho fatto negli anni che vostra madre mi ha riportato quando siete diventati troppo grandi per indossarle ancora.



Questa coperta non è nata per caso, è nata un po’ alla volta e, mentre la progettavo, pian piano mi sono resa conto che stavo progettando il mio futuro e, ora, guardandola bene con voi, mi sono accorta che ha degli angoletti scuri, ma ci sono spazi interi pieni di colore. Nonna, ma allora il tuo arcobaleno siamo noi, dissero insieme i bambini! Certo che siete voi e anche i vostri genitori…e anche il nonno!




Ecco, anche così si racconta una storia: con tanti pezzi di fili colorati e un ago d’oro che li mette insieme!


giovedì 2 luglio 2015

Fammi giocare per gioco





“Fammi giocare solo per gioco/senza nient’altro, solo per poco/senza capire, senza imparare/senza bisogno di socializzare/solo un bambino con altri bambini/senza gli adulti sempre vicini/senza un progetto, senza un giudizio/ con una fine, ma senza  l’inizio/con una coda, ma senza la testa/solo per finta, solo per festa/solo per fiamma che brucia nel fioco/fammi giocare per gioco”. (Bruno Tognolin)



I bambini, dopo l’avventura notturna della notte di San Giovanni,  avevano  strappato a nonno Paris la  promessa di portarli a campeggiare nel bosco insieme ad alcuni loro amici e dormire in tenda almeno una notte e nonno Paris, dal canto suo, non vedeva l’ora di far prendere aria alla sua vecchia tenda; magari le sue ossa un po’ meno, ma questo era un altro discorso!
Zaini in spalla, cannocchiali e macchinette fotografiche, iniziano a risalire il sentiero che li porterà alla sorgente del ruscello che scendeva in paese. In un momento si ritrovano a camminare tra larici e abeti, rovi di lamponi e, nascoste tra l’erba, fragoline di bosco; ogni tanto si udiva lo strisciare delle lucertole e, da lontano, il verso di un falco a caccia di prede. Il bosco si fa sempre più rado fino a scomparire del tutto e, l’allegra compagnia, si ritrova in mezzo a una variopinta distesa erbosa; si fermano un attimo per riprendere fiato e magari addentare un pezzo di cioccolata e bere un po’ d’acqua. Si guardano intorno con il cannocchiale e non fanno che pensare alla bellezza assoluta del paesaggio che li circonda: le rocce della montagna si stagliano orgogliose e fiere nel cielo segnandone l’orizzonte, chissà quante storie hanno da raccontare, si domandano i bambini, come quelle che sa il nonno o anche di più.


Ecco, dice il nonno, che nel frattempo aveva aperto la cartina dei sentieri, siamo quasi arrivati, dietro quelle rocce c’è un piccolo rifugio dei pastori e anche la nostra sorgente, questa notte ci accamperemo lì. Neanche aveva finito di rimettere a posto le borracce che i bambini già stavano allungando il passo, non vedevano l’ora di arrivare. Nonno, ma questa gita è meglio di tutti i giochi che abbiamo fatto fino ad ora, non pensavamo che in montagna ci si potesse divertire così tanto: senza un gioco gonfiabile, una piscina, una pista di macchinette da corsa! Beh, risponde nonno Paris, con un po’ di fantasia questo è il più grande parco giochi del mondo e anche il più originale perché ognuno di noi lo interpreta in un modo personale, inventando giochi sempre diversi e costruendo storie avventurose.
Arrivati a destinazione si misero subito a montare la tenda e anche questo risultò essere un gioco bellissimo; c’era chi raccoglieva legna per il fuoco e chi intrecciava rami per farne un tavolo (è incredibile come l’intreccio dei fili che avevano imparato da nonna Diomira, si rendeva utile anche con il legno!), chi iniziava a cucinare. Mentre si preparavano per mangiare li raggiunse il suono di mille passi di animali: erano le pecore che, dopo il pascolo, si riunivano allo stazzo per passare la notte e successe una cosa che mai avrebbero pensato: iniziarono a chiacchierare con i pastori e finirono per aiutarli a mungere.



 Alla sera finirono tutti intorno al fuoco a mangiare formaggio arrosto e raccontarsi storie. I bambini non smettevano mai di parlare e ridere e pensavano che non si erano mai divertiti tanto fino ad ora. Non servono i parchi giochi organizzati e artificiali quando si ha tutta la natura intorno a disposizione. Ha ragione il nonno quando dice che dobbiamo proteggere il mondo in cui viviamo; solo così possiamo giocarci quando vogliamo e come vogliamo. Questa lezione si impara solamente passandoci attraverso! 




Artigiano questo sconosciuto

A r t i g i a n o Per le Camere di Commercio : "Ai sensi dell’art. 2 e 3 della L.443/1985 è artigiano colui che: - &quo...