giovedì 16 luglio 2015

La storia sferruzzata




“ Cento bei ricordi sono legati a questo vecchio pullover, la sua lana secca e grigia profuma di venti montani, di neve e di Fohn, della resina di abeti e di cembri dei boschi montani penetrati a fatica dal sole, di orme di volpe, di colazioni allegre e affamate durante le passeggiate…” Hermann Hesse


Da quando la nonna aveva raccontato la storia della sua coperta dei ricordi, i bambini non facevano altro che osservare le maglie che giravano per casa; non c’era filato o attrezzo o colore che sfuggiva ai loro occhi attenti e curiosi; stavano imparando che ogni cosa, apparentemente casuale, aveva un significato e che la nonna esprimeva i suoi desideri anche attraverso il motivo di una maglia o la tintura di un filo e questa cosa li affascinava perché mai avrebbero creduto che si potesse scrivere una storia anche con un paio di ferri o un uncinetto o un telaio, queste cose a scuola non le insegnano!


Così, mentre la nonna rispondeva alle loro domande, iniziarono a registrare i suoi racconti perché avevano deciso che queste cose dovevano essere scritte da qualche parte e perché non farle diventare lo svolgimento dei loro compiti delle vacanze!


Avevano preso un vecchio maglione di nonno Paris e la nonna si mise a raccontare. Questo maglione ricordo di averlo sferruzzato con una lana che avevo filato a mano; quando ho messo le maglie nel ferro ancora non sapevo che punti utilizzare, ma poi i ferri sono andati per conto loro e ho iniziato con un punto coste (che vuol dire una maglia dritta e una maglia rovescia) che sono un po’ i punti fissi della nostra vita, la strada che ci prefiggiamo di percorrere: ben definita; poi ho continuato con il vaco di pepe (anche chiamato grana di riso, dipende dalle zone; vaco vuol dire granello) chiamato così perché assomiglia a tanti granelli in rilievo e non ha dritto né rovescio, proprio come i sorrisi; quindi ho inserito una treccia perché la nostra vita si intreccia sempre con quella di qualcun altro e, nello sferruzzare, la treccia si è sdoppiata prendendo strade e incroci differenti e così è andato avanti in questo modo fino a raggiungere il collo. I miei desideri si sono avverati tutti perché la treccia iniziale siamo io e il nonno; le trecce più piccole sono vostro padre e i vostri zii; tutti gli intrecci di contorno siete voi bimbi che avete rallegrato la nostra casa.
Nonna ci è venuta una bellissima idea: abbiamo deciso che il tema che avevamo per le vacanze invece di scriverlo lo sferruzzeremo! Ci aiuteresti?
Neanche avevano finito di dirlo che nonna Diomira aveva già il cesto della lana in mano, ma questo lo racconteremo la prossima volta. 





giovedì 9 luglio 2015

La coperta di nonna Diomira







Il mondo sta fermo, il cuore si muove/E' qui il cantastorie con le storie nuove/Il sole sta fermo e più non tramonta/E' qui il cantastorie che adesso racconta/Il tempo sta fermo, e tutti i minuti/Si sono già messi seduti (Bruno Tognolini)

In quanti modi si può raccontare una storia? Una volta giravano per i paesi i cantastorie che andavano in giro per le strade e per le piazze a raccontare storie e fatti di paesi vicini, a volte declamate come poesie, a volte cantate come stornelli, ma nonna Diomira sa raccontarle anche con un filo di lana. Se ne sono accorti per caso i bambini una mattina che la stavano aiutando a ripiegare una coperta e, mentre afferravano un angoletto, hanno riconosciuto un colore di una loro maglietta che avevano indossato qualche tempo prima.



Nonna Diomira è una nonna vecchio stampo, questo vuol dire che non butta mai niente e così, quando i nipotini le hanno chiesto come mai quel filo era finito sulla sua coperta, lei sedendosi sul letto ha iniziato a raccontare.
Sapete, questa coperta non ha solamente la lana della vostra maglietta, ma lì nel centro c’è anche una parte del maglione che feci a vostro padre e che lui indossò il suo primo giorno di scuola e vicino ho messo anche un pezzettino della giacca del nonno che portava quando è tornato dalla Venezuela. C’è un po’ del mio abito a fiori d’Irlanda che ho realizzato all’uncinetto a cui ero molto affezionata e che indossavo sempre quando andavo a messa la domenica e ci sono ritagli dei vostri abiti battesimali e di tutte le maglie che vi ho fatto negli anni che vostra madre mi ha riportato quando siete diventati troppo grandi per indossarle ancora.



Questa coperta non è nata per caso, è nata un po’ alla volta e, mentre la progettavo, pian piano mi sono resa conto che stavo progettando il mio futuro e, ora, guardandola bene con voi, mi sono accorta che ha degli angoletti scuri, ma ci sono spazi interi pieni di colore. Nonna, ma allora il tuo arcobaleno siamo noi, dissero insieme i bambini! Certo che siete voi e anche i vostri genitori…e anche il nonno!




Ecco, anche così si racconta una storia: con tanti pezzi di fili colorati e un ago d’oro che li mette insieme!


giovedì 2 luglio 2015

Fammi giocare per gioco





“Fammi giocare solo per gioco/senza nient’altro, solo per poco/senza capire, senza imparare/senza bisogno di socializzare/solo un bambino con altri bambini/senza gli adulti sempre vicini/senza un progetto, senza un giudizio/ con una fine, ma senza  l’inizio/con una coda, ma senza la testa/solo per finta, solo per festa/solo per fiamma che brucia nel fioco/fammi giocare per gioco”. (Bruno Tognolin)



I bambini, dopo l’avventura notturna della notte di San Giovanni,  avevano  strappato a nonno Paris la  promessa di portarli a campeggiare nel bosco insieme ad alcuni loro amici e dormire in tenda almeno una notte e nonno Paris, dal canto suo, non vedeva l’ora di far prendere aria alla sua vecchia tenda; magari le sue ossa un po’ meno, ma questo era un altro discorso!
Zaini in spalla, cannocchiali e macchinette fotografiche, iniziano a risalire il sentiero che li porterà alla sorgente del ruscello che scendeva in paese. In un momento si ritrovano a camminare tra larici e abeti, rovi di lamponi e, nascoste tra l’erba, fragoline di bosco; ogni tanto si udiva lo strisciare delle lucertole e, da lontano, il verso di un falco a caccia di prede. Il bosco si fa sempre più rado fino a scomparire del tutto e, l’allegra compagnia, si ritrova in mezzo a una variopinta distesa erbosa; si fermano un attimo per riprendere fiato e magari addentare un pezzo di cioccolata e bere un po’ d’acqua. Si guardano intorno con il cannocchiale e non fanno che pensare alla bellezza assoluta del paesaggio che li circonda: le rocce della montagna si stagliano orgogliose e fiere nel cielo segnandone l’orizzonte, chissà quante storie hanno da raccontare, si domandano i bambini, come quelle che sa il nonno o anche di più.


Ecco, dice il nonno, che nel frattempo aveva aperto la cartina dei sentieri, siamo quasi arrivati, dietro quelle rocce c’è un piccolo rifugio dei pastori e anche la nostra sorgente, questa notte ci accamperemo lì. Neanche aveva finito di rimettere a posto le borracce che i bambini già stavano allungando il passo, non vedevano l’ora di arrivare. Nonno, ma questa gita è meglio di tutti i giochi che abbiamo fatto fino ad ora, non pensavamo che in montagna ci si potesse divertire così tanto: senza un gioco gonfiabile, una piscina, una pista di macchinette da corsa! Beh, risponde nonno Paris, con un po’ di fantasia questo è il più grande parco giochi del mondo e anche il più originale perché ognuno di noi lo interpreta in un modo personale, inventando giochi sempre diversi e costruendo storie avventurose.
Arrivati a destinazione si misero subito a montare la tenda e anche questo risultò essere un gioco bellissimo; c’era chi raccoglieva legna per il fuoco e chi intrecciava rami per farne un tavolo (è incredibile come l’intreccio dei fili che avevano imparato da nonna Diomira, si rendeva utile anche con il legno!), chi iniziava a cucinare. Mentre si preparavano per mangiare li raggiunse il suono di mille passi di animali: erano le pecore che, dopo il pascolo, si riunivano allo stazzo per passare la notte e successe una cosa che mai avrebbero pensato: iniziarono a chiacchierare con i pastori e finirono per aiutarli a mungere.



 Alla sera finirono tutti intorno al fuoco a mangiare formaggio arrosto e raccontarsi storie. I bambini non smettevano mai di parlare e ridere e pensavano che non si erano mai divertiti tanto fino ad ora. Non servono i parchi giochi organizzati e artificiali quando si ha tutta la natura intorno a disposizione. Ha ragione il nonno quando dice che dobbiamo proteggere il mondo in cui viviamo; solo così possiamo giocarci quando vogliamo e come vogliamo. Questa lezione si impara solamente passandoci attraverso! 




lunedì 29 giugno 2015

La notte di San Giovanni





“E domani è Santo Giovanni/fratello caro: è San Giovanni./Su la Plaia me ne vo’ gire/per vedere il capo mozzo/dentro il sole all’apparire/per vedere nel piatto d’oro/tutto il sangue ribollire” (da “La figlia di Iorio” G. D’Annunzio)

Nonno Paris aveva promesso ai bambini di portarli a fare una passeggiata notturna in montagna la notte di San Giovanni ed eccoli tutti indaffarati a prepararsi lo zaino e riempirlo di dolcetti (essenziali per la veglia al falò che era stato organizzato in paese), te caldo alla menta che aveva preparato la nonna e una mantella anti pioggia (perché non si sa mai!!!). Torcia in mano eccoli lì pronti per la loro avventura!
Nonno, ma ancora è chiaro fuori! Certo, questi sono i giorni del solstizio d’estate, le notti sono brevi. Dovete sapere che il 21 giugno il giorno è più lungo della notte  perché il sole sorge e tramonta sempre nella stessa posizione: è per questo che si chiama “solstizio”, vuol dire sosta del sole. Dal 24 giugno (giorno in cui la Chiesa ricorda la nascita di San Giovanni) riprende i suoi normali spostamenti e piano piano le giornate si accorceranno fino ad arrivare al 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno, quando la notte sarà più lunga del giorno e il ciclo si ripeterà!


 Ma adesso attenti che dobbiamo trovare le erbe che abbiamo promesso alla nonna per i suoi lavori: menta selvatica da unire alla lavanda per profumare gli armadi; iperico per farci l’oleolito che servirà per lenire gli arrossamenti della pelle e il decotto di fiori e radici per tingere la lana e un po’ di noci da mettere in infusione per ricavarne un liquore delizioso!
Ai bambini sembrava tutto una favola: correvano e saltellavano di qua e di là lungo la valle, ogni tanto si fermavano a sentire il verso degli animali notturni; c’è stato un momento che gli era parso di scorgere una volpe tra i cespugli di un rovo di more.


 Il cielo era pieno di stelle. Guardate verso Est, disse il nonno, tra le costellazioni del Cigno e dell’Aquila, questo immenso “prato” di stelle si chiama Via Lattea e lì, verso sud, c’è Antares, la stella rossa, e ormai alto nel cielo, Il grande Carro e, a sfiorare l’orizzonte, Cassiopea… Ma quante cose sai nonno? Beh! Anch’io ho avuto un nonno che mi raccontava come riconoscere le stelle per potermi orizzontare quando con il gregge mi trovavo in montagna! Beh, è ora di scendere in paese, la campana rintocca la mezzanotte e stanno accendendo il fuoco.


Il falò di San Giovanni, antica tradizione pagana che si ripeteva ogni anno per propiziare i raccolti; tra il fumo del fuoco veniva fatto passare il bestiame per proteggerlo dalle malattie, e, quando la fiamma si abbassava, tutti saltavano le braci con un desiderio in mente da realizzare e alla fine, intorno agli ultimi bagliori si cantava, si ballava e si mangiavano dolcetti fino all’alba quando le ragazze, guardando il sole, cercavano di prevedere il loro matrimonio.



Dopo una notte così eccitante i bambini rientrati a casa sono crollati sulle poltrone e  nonna Diomira, tolte le noci dagli zaini, incominciò a preparare il nocino (una parte le lasciò per tingere la sua lana). Se volete provare a farlo, avrete bisogno di 13 noci (la tradizione vuole che il numero deve essere sempre dispari), 1 lt di vino rosso (buono), 250gr di zucchero, 250gr di alcol. Lavare le noci, tagliarle a spicchi e metterle in un vaso capiente in infusione con il vino, coprire con una garza e lasciare al sole per 40 giorni passati i quali filtrate l’infuso, aggiungete lo zucchero e l’alcol, mescolate bene e imbottigliate. Lasciate decantare per almeno un mese e il mitico “nocino” è pronto da gustare.  


domenica 21 giugno 2015

Narra una leggenda che Maja........







“Turbine si accosciò: dal suo osservatorio scorgeva un ampio succedersi di cime, di colli, di valloni, di fossati, di pianori e di boschi e su tutti dominava solenne il gigante addormentato. Suggestionato e smarrito in tanta vastità, il lupo salutò il monte con un lungo ululato, che riecheggiò terribile e cupo tra quelle gole profonde e selvagge. Gli rispose un lontano latrare di cani.” (Da “I racconti di Mago Tari” di Alfredo Marzi)



Nonno, nonno, guarda cosa abbiamo trovato? La giornata era iniziata con nuvole grigie e una leggera pioggerellina e i bambini, non potendo uscire, si misero a rovistare dentro il baule dei nonni (cosa che gli piaceva moltissimo fare perché era come aprire lo scrigno del tesoro dei pirati: non sapevi mai cosa aspettarti!). Trovarono un vecchio libro che raccontava della vita della gente di montagna e degli animali che la popolavano. Chi è il gigante addormentato? Ma come miei cari, davvero non sapete chi fosse il Gigante addormentato? La vedete quella montagna laggiù all'orizzonte  che divide la terra dal cielo? Non vi sembra di scorgere un uomo che riposa? Ecco, quello è il Gran Sasso. Narra una leggenda che Maja, la più bella delle Pleiadi, fuggì dalla Frigia (il suo Paese) per portare in salvo il suo unico figlio Ermes, il gigante, caduto in battaglia. Dopo un lungo viaggio trovò riparo tra i boschi e i monti d’Abruzzo per cercare l’erba miracolosa che cresce ai piedi della montagna bianca, l’unica in grado di salvare suo figlio. Ma la montagna era coperta di neve così ogni suo tentativo fu vano e Ermes morì. Sconvolta dal dolore Maja lo seppellì sul Gran Sasso dove, ancora oggi, chiunque osservi da levante, può riconoscere nel profilo della catena montuosa il Gigante che dorme. Logorata dal pianto e dal dolore, dopo un lungo vagare per boschi e monti, Maja morì sul monte che l’aveva accolta e che oggi porta il suo nome “Majella”. Lì venne sepolta dai pastori che la ricoprirono di erbe aromatiche e di fiori profumati, la montagna prese così la forma di una donna, impietrita dal dolore, riversa su se stessa con lo sguardo fisso al mare. Ancora oggi, quando il vento impetuoso si aggira tra gli alberi e i villaggi, i pastori odono il lamento di una mamma in lacrime.


Per le genti d’Abruzzo la Majella è la Madre, simbolo della fertilità della loro terra… è la terra stessa!
Oh! I bambini restarono incantati dal racconto di nonno Paris e si ripromisero di andare a fare una passeggiata tra quei boschi per cercare le erbe medicamentose…ma questa è un’altra storia che racconteremo nella notte di San Giovanni.

Nel frattempo nonna Diomira aveva preparato un delizioso pranzetto, dalla cucina veniva un delizioso profumino di pasta condita con olaci e ricotta!


martedì 16 giugno 2015

Il filo dei pensieri





"If you'll built it, people will come!" E' intorno a questa frase che ho costruito il mio sogno...l'ho coltivato per anni fino a quando ho deciso di tirarlo fuori dal cassetto e farlo diventare reale!!
Io amo il mio lavoro; amo lavorare con i fili e con le stoffe e con i colori; amo parlare alla gente del mio territorio e di come si può salvaguardare; amo raccontare come nasce un manufatto, qualunque manufatto dalla sciarpa all'abito e amo dar loro una storia perché, prima di ogni altra cosa, mi piace pensare di vendere un'emozione insieme all'indumento!
E' per tutto questo che i miei schemi sono liberi, vanno dove vogliono seguendo il filo incondizionatamente ed è per questo che non riesco a lavorare in serie...come l'altro giorno quando ho iniziato a "uncinettare" la rimanenza di una rocca di lana (AquiLana) a quattro capi, avevo intenzione di fare una mantellina scaldaspalle...


Però il morivo mi piaceva e scorreva velocemente insieme ai miei pensieri e così ho continuato cambiando rocca e passando al 3 capi...




...poi ho pensato di farci anche le maniche e, magari finirle con delle simpatiche rouches...e ho cambiato ancora spessore di filo: due capi...


...e quando l'ho visto indossato dalla figlia di una mia amica (al secolo Arianna che, tanto carina, mi ha assecondato e si è prestata a giocare alla modella!!!) mi sono emozionata perché la mia "primamantellascaldaspallepoimaglia" era venuta esattamente come la pensavo mentre uncinettavo!!!








...Io ancora mi emoziono quando finisco un lavoro, il mio obiettivo è quello di trasmettere queste emozioni per uscire dal grigiore della dozzinalità e delle uniformi.

mercoledì 10 giugno 2015

Colori e profumi Aquilani






“Aquila era una bella città. D’estate la notte faceva fresco e la primavera degli Abruzzi era la più bella d’Italia. Ma quel che era bello era l’autunno per andare a caccia nei boschi di castagni”. (Addio alle armi di Hernest Hemingway)
Oggi concedo una pausa a nonno Paris e nonna Diomira e parlo della mia città perché ogni tanto ha bisogno di essere coccolata. In tutti questi anni l’abbiamo talmente data per scontata che non ci siamo accorti della sua bellezza fino a quando si è sgretolata (nel senso letterale della parola) davanti ai nostri occhi.


Troppo presi ad andare oltre che abbiamo perso il profumo del pane appena sfornato del forno in Piazza Duomo; l’aroma del caffè di prima mattina che usciva dai bar lungo il corso; i profumi “di cucinato” dei vicoletti del centro storico; i rintocchi degli orologi della Chiesa di San Massimo; il chiassoso vociare dei bambini alla Villa Comunale; “lo struscio” sotto i portici; gli acquisti natalizi in giro per negozi  intirizziti dal freddo dicembrino; i burattini dei Fratelli Ferraiolo che, cascasse il mondo, ogni anno a settembre si mettevano in piazza e ci regalavano sorrisi con le disavventure di Pulcinella…..


Naturalmente questi sono i miei di ricordi (quelli di una mia precedente vita) perché i nostri ragazzi neanche sanno di che cosa sto parlando, ma, per fortuna, loro se ne stanno costruendo altri sì da restituire nuova vita alla loro di città!


Che cosa c’entrano con “Le vie della lana” le mie parole di oggi? In qualche modo la lana ha sempre a che fare con L’Aquila visto che tutti i palazzi nobiliari che la compongono, le Piazze, le Chiese, sono il frutto dell’economia pastorale che ebbe nel Medio Evo la massima espressione. E’ grazie alle vie della lana che si scambiavano merci, ma anche culture; posizionata proprio al centro Dell’Italia, diventò meta di viaggi per poeti, pittori, scrittori, esploratori,  sovrani da tutta Europa. I suoi abitanti la difesero con tutte le loro forze e non si sono mai arresi né alle invasioni, né alle pestilenze, tanto meno agli eventi sismici perché, in fondo erano pastori dentro e i pastori non si arrendono mai. Scriverà Buccio da Ranallo “Si racconterà dell’Aquila, magnifica città e di quelli che la fecero con gran sagacità. Per non essere sottomessi cercaron la libertà e non vollero signar se non la maestà”






E...state in Abruzzo knitting kal

  Anche se il clima dimostra il contrario è primavera e, accantonata la lana per un po',  la voglia di sferruzzare fili più "legger...